The Last Song



Trama:
Ronnie e il fratellino lasciano New York per trascorrere un’estate nella casa del padre, su una spiaggia della Georgia. Da quando i genitori hanno divorziato, Ronnie si è chiusa in se stessa e non ha più aperto il pianoforte, sprecando un talento che da piccola l’aveva già consacrata fuoriclasse. Mentre il recupero del rapporto col genitore è più problematico, l’incontro-scontro con un atletico ragazzo del posto procede sentimentalmente a gonfie vele. Ma la tragedia è dietro l’angolo, poiché dietro la regia impercettibile di Julie Anne Robinson c'è un nome dalla personalità creativa marmorea, quello di Nicholas Sparks, che anche questa volta non fa sconti. 
The Last Song è un prodotto alimentare precotto che, infornato nello schermo, lievita a dovere e assume un sembiante che non contraddice l’immagine della confezione ma non gli si chiedano sorprese in materia di gusto: quello di naturale non ha nulla.
Prima sceneggiatura di Sparks e quindicesimo romanzo, ma primo ad arrivare al cinema entro 12 mesi dalla pubblicazione (a dimostrazione della natura ready-made), è stato scritto in tempo record per l'esordio drammatico di Miley Cyrus, meglio nota come Hannah Montana, ma non possiamo certo felicitarcene. L'Adolescente della famiglia Disney sembra qui sovrinterpretare la richiesta e lanciarsi in una sorta di pantomima in cui ogni battuta a lei indirizzata ottiene per tutta risposta un gesto enfaticamente sproporzionato. Qualunque cosa le si dica o faccia, Ronnie se ne va contrariata, mette il muso, fulmina l’interlocutore con lo sguardo, crescendo rapidamente in antipatia. Se si aggiunge una performance interpretativa pessima, che la vede sfigurare ad ogni occasione, non solo a confronto con Greg Kinnear ma persino con Bobby Coleman, che veste i piccoli panni del fratello Jonah, niente di più facile che allo spettatore venga legittimamente da chiedersi “ma che ci faccio qui?”. Possiamo giustificare la pazienza di Will/Liam Hemsworth nel sopportare i capricci della partner, visto che in palio ha una scena quasi tutta per sé, sotto la canna dell’acqua, che impreziosirà il suo portfolio, ma per chiunque altro non s’intravede ragione che tenga.
Si parla spesso di quanto poco nobile e leale sia il film che giunge al suo esito per strade che il pubblico non avrebbe mai potuto percorrere perché sprovvisto delle indicazioni minime necessarie, ma varrebbe la pena di indignarsi maggiormente per il film che, come in questo caso, non riserva sorpresa alcuna e procede tronfio della sua prevedibilità narrativa e della banalità delle sue scelte visive, disinteressandosi dei diritti sindacali di base dello spettatore cinematografico.